
Ci sono momenti in cui le notizie, anche quando sembrano lontane, ci chiedono di fermarci e riflettere su quale mondo stiamo contribuendo a costruire.
Il Premio Nobel per la pace 2026, assegnato alla giurista sudafricana Navi Pillay per il suo impegno a favore della pace e del diritto internazionale, è uno di questi momenti. (Comitato Nobel)
In un mondo attraversato da guerre, tensioni e contrapposizioni, questo riconoscimento ci ricorda che esistono ancora persone disposte a impegnarsi per la giustizia e la dignità umana.
La decisione non è stata accolta da tutti allo stesso modo. Donald Trump ha contestato duramente l’assegnazione del premio, sostenendo che avrebbe dovuto riceverlo lui e criticando la scelta del Comitato Nobel. (Reuters, 10 ottobre 2026)
Non è mia intenzione entrare nella polemica politica. Mi interessa, piuttosto, ciò che questa vicenda ci porta a considerare: la pace è un riconoscimento da rivendicare oppure un impegno che richiede, prima di tutto, la capacità di guardare oltre sé stessi?
Il riconoscimento di Navi Pillay richiama l’attenzione su un impegno che non dovrebbe mai essere dato per scontato: difendere i diritti umani, promuovere il dialogo e credere nella possibilità di costruire un mondo più giusto.
E il mondo, almeno in questa occasione, non è rimasto in silenzio.
La violenza, la pace e il silenzio
Osservando ciò che accade, mi sembra di riconoscere tre forze che attraversano la nostra società.
La prima è quella della violenza, che si manifesta nei conflitti, nella sopraffazione e nella convinzione che la forza possa risolvere ogni problema.
La seconda è quella di chi cerca la pace, difende il dialogo e si impegna affinché la vita e i diritti delle persone siano rispettati.
La terza è più difficile da riconoscere: è quella del silenzio. Il silenzio di chi vede, ascolta e, per paura, convenienza o indifferenza, sceglie di non prendere posizione.
Naturalmente, non tutti i silenzi sono uguali. Ci sono persone che soffrono senza riuscire a parlare, altre che agiscono lontano dai riflettori e altre ancora che non sanno come intervenire. Ma esiste anche un silenzio che, quando la dignità umana viene messa in discussione, rischia di lasciare campo libero a chi usa la forza.
È questo silenzio che mi interroga.
Il progetto di trasmettere in diretta negli Stati Uniti l’esecuzione di Nidal Hasan, responsabile della strage di Fort Hood del 2009, ha suscitato reazioni molto diverse. (AgenSIR – Catholic Mobilizing Network: «Un macabro spettacolo»)
Diversi esponenti religiosi americani hanno contestato questa prospettiva. Tra loro, l’arcivescovo Paul S. Coakley, presidente della Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti, che ha definito la decisione una promozione barbara della cultura della morte. (ANSA, 9 ottobre 2026)
Di segno opposto la posizione del pastore battista Robert Jeffress, guida della First Baptist Church di Dallas e sostenitore di Donald Trump, che ha espresso appoggio alla trasmissione pubblica dell’esecuzione, richiamando la pena capitale e la propria interpretazione della Bibbia. (Religion News Service, 9 ottobre 2026; Dallas Morning News)
Queste posizioni mostrano quanto diverse (ingiustamente, purtroppo) possano essere le interpretazioni della fede cristiana davanti alla pena capitale.
Questa contrapposizione merita attenzione. Come ho già scritto in un precedente post e in un articolo per Quotidiano l’Italiano, non si tratta di negare la giustizia o di dimenticare le vittime. Si tratta di chiedersi se la giustizia debba necessariamente passare attraverso la morte e se assistere all’uccisione di un uomo possa diventare una forma di intrattenimento.
La fede e la responsabilità di parlare
È una domanda che riguarda anche i cristiani.
Negli Stati Uniti, una parte dell’ambiente evangelico è vicina a Trump. Questo rapporto, tuttavia, non descrive tutto il mondo evangelico, nel quale esistono anche voci che contestano determinate scelte e difendono la dignità di ogni essere umano.
Lo dimostra, per esempio, la presa di posizione di Walter Kim, presidente della National Association of Evangelicals, che ha espresso preoccupazione per il rischio che un’esecuzione trasmessa in diretta si trasformi in uno spettacolo pubblico, anziché contribuire a una cultura che rispetti la dignità umana. (Religion News Service)
Non basta, dunque, appartenere a una comunità religiosa per sapere quale posizione si assumerà davanti alla violenza. E non sarebbe giusto giudicare tutti sulla base delle dichiarazioni di alcuni leader.
Resta, però, una questione che riguarda chiunque professi una fede: quanto sono coerenti i valori che dichiariamo con le scelte che sosteniamo, con le parole che pronunciamo e con quelle che evitiamo di pronunciare?
Anche in Italia vale la pena porsi questa domanda.
La fede non dovrebbe diventare un rifugio nel quale trovare sempre una giustificazione per chi condivide le nostre idee. Dovrebbe anche aiutarci a interrogarci, soprattutto quando le scelte di chi ci è vicino entrano in conflitto con i valori che professiamo.
Da quale parte vogliamo stare?
Il Nobel per la pace, le polemiche che lo accompagnano e il dibattito sulla pena di morte sono vicende differenti. Eppure, a mio avviso, hanno un punto d’incontro: ci chiedono quale valore attribuiamo alla vita umana e quale responsabilità siamo disposti ad assumerci davanti alla sofferenza degli altri.
Non penso che basti una dichiarazione per costruire la pace. E non credo che ogni silenzio sia una colpa. Ma penso che, quando la violenza viene giustificata e la dignità di una persona viene messa in discussione, non possiamo limitarci a domandarci da che parte stiano gli altri.
Dobbiamo chiederci anche da che parte stiamo noi.
Perché la pace non appartiene soltanto a chi riceve un premio, né la difesa della vita può essere delegata esclusivamente alle istituzioni, ai governi o alle comunità religiose.
È una responsabilità che riguarda tutti.
E forse il primo passo consiste proprio nel non abituarci alla violenza, nel non considerare inevitabile ciò che ferisce la dignità umana e nel non lasciare che il silenzio diventi la risposta più comoda.
In un mondo che sembra parlare sempre più forte attraverso le contrapposizioni, c’è ancora bisogno di chi sceglie di ascoltare, di dialogare e di prendere posizione senza rinunciare all’umanità.
Perché la pace, prima di essere un premio, è una responsabilità.