“Il silenzio che parla”.

"Il silenzio che parla".

 

Entro al mio solito bar elegante per prendere un caffè e una brioche integrale.

È mattina.

Mi siedo a un tavolo, come faccio tante volte, senza pensare che quel giorno avrei osservato, con discrezione, una scena che mi avrebbe fatto riflettere.

Di fronte a me c’è un altro tavolo.

Ci sono due donne.

Una è più grande dell’altra, ma non anziana. Elegante, con quella cura discreta che non ha bisogno di mostrarsi. Guardandola, si intuisce una bellezza che doveva essere stata più evidente negli anni della giovinezza e che, tuttavia, il tempo non è riuscito a cancellare del tutto.

Ha uno sguardo particolare.

Guarda verso la sua sinistra, con gli occhi leggermente rivolti verso l’alto, come se per qualche istante non volesse guardare direttamente ciò che ha davanti.

Di fronte a lei c’è una ragazza molto magra.

Parla.

Parla in modo agitato, con quella fretta che qualche volta hanno le persone quando dentro hanno troppe cose da dire e non riescono più a metterle in ordine.

Parole di rabbia e di amarezza, credo. Anche se io non sento quello che dice, né avrei voluto.

La donna ascolta.

Non la interrompe.

Non cerca di rispondere.

Ascolta soltanto.

Io, intanto, bevo il mio caffè e osservo.

Un autore è fatto anche così. Osserva. Non per curiosità morbosa, ma con empatia. Guarda ciò che accade intorno a lui, cercando di non oltrepassare quella sottile linea che separa l’attenzione dall’invadenza.

A un certo punto vedo qualcosa cambiare sul volto della donna.

Gli occhi le si riempiono di lacrime.

Non sono lacrime ostentate. Sono quelle che arrivano piano, quasi chiedendo il permesso, e che una persona cerca di trattenere perché forse non è quello il momento per lasciarle andare.

Poi si porta una mano sulla bocca.

Rimane così per qualche secondo.

Ho l’impressione che voglia parlare e che, invece, non riesca a farlo.

Forse per l’emozione.

Forse per il dolore.

Forse perché, in certi momenti, una parola rischia di essere troppo piccola o troppo grande.

La ragazza continua a parlare.

La donna continua ad ascoltare.

E io sono lì, al mio tavolo, diventato per qualche minuto un osservatore silenzioso di una storia che non conosco.

Non so chi siano.

Non so che cosa sia successo prima che entrassi nel locale.

A un certo punto la donna dice soltanto:

«Vado in farmacia.»

Si alzano.

Lei esce dal locale con la sua eleganza discreta, ma evidentemente amareggiata e nervosa.

La ragazza, invece, si ferma alla cassa per pagare.

Poi anch’io rimango ancora qualche istante a pensare a quella scena.

E mi domando: e se quella donna fosse stata sua madre?

E se quella ragazza fosse stata sua figlia?

Non lo so.

Non potevo saperlo.

E non sarebbe stato giusto inventarlo.

Ma quella domanda mi è rimasta dentro.

Perché, se fosse stata davvero sua madre, forse in quel momento avevo visto una delle tante forme, spesso invisibili, dell’essere genitori o persone molto vicine a qualcuno.

Quella di ascoltare anche quando ciò che si ascolta fa male.

Quella di trattenere una risposta perché, prima di tutto, bisogna lasciare parlare l’altro.

Quella di avere gli occhi pieni di lacrime e continuare comunque a stare lì.

Ma ho pensato anche all’altra parte.

Perché è difficile essere figli. Soprattutto quando si è giovani.

Ci sono età in cui si ha bisogno di parlare, di essere ascoltati, forse persino di dire cose che non sappiamo come dire.

Cose che, però, possono fare male a chi ascolta.

E forse, qualche volta, davanti a noi c’è qualcuno che ci vuole bene e che non trova le parole.

Allora rimane il silenzio.

Rimane uno sguardo.

Rimane una mano portata alla bocca per trattenere ciò che vorrebbe uscire.

Rimane la presenza.

Io non so chi fossero quelle due donne e non voglio proiettare su di loro qualcosa che non conosco.

Ho osservato e riflettuto.

Tutto qui.

Mi basta averle incontrate, per caso, in una mattina qualunque, davanti a un caffè e a una brioche.

Mi basta quella scena rimasta per qualche minuto davanti ai miei occhi.

E quelle domande, ancora oggi, senza risposta:

quanto amore può esserci, qualche volta, dentro un silenzio?

Ma anche quanto dolore?

E quanto bisogno può esserci, in una ragazza, di essere aiutata?

Sempre che lei lo voglia.

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