
Chi era Gary Snyder?
Probabilmente, in Italia, non è uno dei nomi più conosciuti della poesia americana. Eppure la sua storia è particolare: fu poeta, saggista, uomo dei boschi, studioso della cultura orientale e praticante Zen. Visse a lungo in Giappone e nel 1975 ricevette il Premio Pulitzer per la poesia.
Ma forse, per comprendere davvero Snyder, bisogna partire da molto prima dei riconoscimenti.
Gary Snyder nacque a San Francisco nel 1930, ma trascorse parte della sua infanzia nello Stato di Washington e nell’Oregon. Crebbe a contatto con la natura e, ancora giovane, lavorò nei boschi come boscaiolo e guardia forestale.
Quell’esperienza avrebbe lasciato un segno profondo nella sua scrittura.
Per Snyder la natura non era qualcosa da osservare soltanto da lontano. Era un luogo nel quale vivere, lavorare, camminare. Montagne, alberi, animali, fiumi e sentieri appartenevano alla sua esperienza quotidiana.
Poi arrivò la poesia.
Negli anni Cinquanta Snyder entrò nell’ambiente letterario di San Francisco e conobbe alcuni dei protagonisti della Beat Generation, tra cui Allen Ginsberg e Jack Kerouac. Kerouac si ispirò proprio a lui per il personaggio di Japhy Ryder nel romanzo The Dharma Bums.
Ma Snyder stava seguendo una strada personale.
Si interessò alla poesia cinese e giapponese, studiò le lingue orientali e si avvicinò al buddhismo Zen.
Nel 1956 partì per il Giappone.
Vi sarebbe rimasto, con periodi diversi, per molti anni. Studiò lo Zen e approfondì la cultura e la poesia giapponese. Il Giappone non fu per lui soltanto un luogo da visitare: diventò una parte importante della sua formazione umana e poetica.
Ed è proprio in questo percorso che incontrò anche l’haiku.
Snyder raccontò di aver conosciuto, attraverso i libri di R. H. Blyth, la poesia haiku e di essere rimasto colpito dalla sua forza. Quelle poesie brevi, capaci di fermare un istante della realtà, gli mostrarono qualcosa che sentiva già vicino alla propria esperienza.
La cosa interessante è che Snyder non cercò semplicemente di diventare un poeta giapponese.
Continuò a essere un poeta americano.
Guardò però il proprio Paese con occhi nuovi.
Le montagne della Sierra Nevada, i boschi, gli animali e i paesaggi dell’America occidentale entrarono nella sua poesia con quella stessa attenzione al particolare, al momento e alla realtà concreta che aveva incontrato nella poesia orientale.
È forse qui che si trova uno degli aspetti più interessanti di Gary Snyder.
Non volle portare il Giappone dentro l’America.
Portò dentro di sé qualcosa che aveva imparato in Giappone e tornò a guardare l’America.
Nel 1959 pubblicò Riprap, una delle sue prime raccolte importanti. Il titolo indica una tecnica utilizzata per costruire sentieri e proteggere i terreni dall’erosione, disponendo pietre una accanto all’altra.
Anche questa immagine dice qualcosa della sua poesia.
Le parole devono essere come pietre.
Scelte.
Necessarie.
Nel corso degli anni Snyder avrebbe continuato a scrivere di natura, ambiente, lavoro, montagne e rapporto tra uomo e mondo naturale. Nel 1975 arrivò il Premio Pulitzer per Turtle Island, una raccolta nella quale poesia, ecologia e riflessione sul rapporto dell’uomo con la terra si incontrano.
Ma il suo legame con l’haiku non rimase un episodio della giovinezza.
Nel 2004, molti anni dopo il suo primo incontro con la poesia giapponese, Snyder ricevette in Giappone il Masaoka Shiki International Haiku Grand Prize.
È un particolare che mi piace ricordare.
Un poeta americano, partito dai boschi dell’America occidentale, era arrivato in Giappone molti anni prima per cercare qualcosa nella cultura e nella poesia di quel Paese.
Decenni dopo, era il Giappone a riconoscere il valore del suo lavoro.
Forse Gary Snyder può essere ricordato proprio così: come un uomo che non smise mai di mettere in comunicazione mondi diversi.
L’America e il Giappone.
La poesia e la natura.
Il lavoro manuale e la ricerca spirituale.
La montagna e la pagina.
E forse anche per questo, leggendo la sua storia, si comprende che l’haiku per lui non fu soltanto una forma poetica fatta di pochi versi.
Fu soprattutto un modo di guardare.
Guardare ciò che abbiamo davanti.
E avere la pazienza di non aggiungere subito qualcosa.
A volte una poesia può cominciare proprio da lì.
