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Sfogliando vecchi numeri della rivista americana Black Belt Magazine, mi sono imbattuto in un breve ma interessante articolo pubblicato nel numero di luglio del 1966.
Il titolo era:
“Karate Instructor Gets Friendlier Welcome in Italy”
(Un istruttore di karate riceve un’accoglienza più calorosa in Italia).
Il sottotitolo aggiungeva:
“The Jigoro Kano Karate Club is one of the largest in Italy”
(Il Jigoro Kano Karate Club è uno dei più grandi d’Italia).
L’articolo era dedicato a Hiroshi Shirai, maestro giapponese che avrebbe avuto un ruolo importante nella diffusione del karate nel nostro Paese.
La rivista lo presentava come un ex campione All-Japan di karate e come uno dei sei rappresentanti inviati all’estero dalla Japan Karate Association (JKA) per contribuire alla diffusione dell’organizzazione.
Prima dell’arrivo in Italia, Shirai aveva partecipato a un tour di sei mesi in Sudafrica insieme ad altri istruttori della JKA. L’articolo ricordava come il particolare contesto politico di quegli anni avesse limitato la possibilità di divulgare liberamente il karate.
Molto diverso, invece, il quadro descritto in Italia.
Nel luglio del 1966, Black Belt Magazine scriveva che Hiroshi Shirai insegnava tre corsi presso il dojo del Jigoro Kano Club di Milano, con oltre cento allievi, e che la domenica teneva lezioni anche a Bologna.
Si tratta di poche righe, ma preziose per chi ama la storia delle arti marziali.
Le riviste dell’epoca, infatti, rappresentano piccole finestre aperte su un periodo in cui il karate giapponese muoveva i suoi primi passi in Europa e in Italia.
A distanza di sessant’anni, queste testimonianze aiutano a comprendere meglio il lavoro dei pionieri che contribuirono alla diffusione delle arti marziali nel nostro Paese.
