“Volavo come una farfalla, pungevo come un’ ape e dissi di no alla guerra in Vietnam”

"Volavo come una farfalla, pungevo come un' ape e dissi di no alla guerra in Vietnam"
Questa immagine è tratta dal sito: https://face2faceafrica.com/article/muhammad-ali-was-convicted-for-refusing-to-join-the-army-on-this-day-in-1967

Sono nato a Louisville, nel Kentucky, negli Stati Uniti d’America, nel 1942. All’età di dodici anni mi rubarono la mia amata bicicletta. Quando beccai il ladro, lo volevo picchiare. Non era per vendetta, ma per un senso di giustizia perché non potevano prendermi, senza il mio consenso, ciò che mi apparteneva. Nel mentre accadeva questo, arrivò un poliziotto, un tale dal nome Joe E. Martin che sedò gli animi e mi invitò a frequentare una palestra di pugilato, cosa che feci. 

Oh, questo senso di giustizia! Mi perseguitò per tutto il resto della mia vita. Del resto, probabilmente, faceva parte del mio sangue. Mia madre si chiamava Odessa Lee Clay, afroamericana, di fede cristiana battista. Lei mi fu sempre vicino. Lavorava come domestica per una famiglia di bianchi. Poi, all’età di sedici anni, si sposò con mio padre, Cassius Marcellus Clay, chiamato così in onore del politico repubblicano del XIX secolo e convinto abolizionista, Cassius Marcellus Clay.

Un giorno mi proibirono di acquistare una bottiglietta d’acqua in un negozio perché ero nero. Erano gli anni della segregazione razziale, quelli. Non potevano rubarmi la mia dignità e quella di chi era come me. No, non lo potevano fare. 

Nel frattempo, praticando la boxe, divenni, nel 1960, campione olimpico di questa disciplina. In seguito ,nel 1964, da professionista, conquistai  il titolo di campione del mondo, nella categoria pesi massimi, contro Sonny Liston.

Abbracciai la fede musulmana, cambiando il mio nome in Muhammad Ali, il 27 febbraio 1964.

Il 28 aprile 1967 mi rifiutai di combattere nella guerra del Vietnam dichiarandomi pubblicamente obiettore di coscienza. Per questo motivo venni arrestato, accusato di renitenza alla leva e mi fu tolto il titolo di Campione del mondo dei pesi massimi e della licenza per combattere sul ring. In fin dei conti non avevo niente contro i Vietcong, loro non mi avevano mai chiamato “negro”.

Durante quel periodo, il filosofo Bertrand Russel, mi scrisse la seguente lettera:

Nei prossimi mesi non c’è dubbio che gli uomini che governano Washington cercheranno di danneggiarti in ogni modo possibile, ma sono sicuro che sai che hai parlato per il tuo popolo e per gli oppressi ovunque nella coraggiosa sfida al potere americano . Cercheranno di spezzarti perché sei un simbolo di una forza che non sono in grado di distruggere, vale a dire la coscienza risvegliata di un intero popolo determinato a non essere più massacrato e svilito dalla paura e dall’oppressione. Hai il mio pieno sostegno. chiamami quando vieni in Inghilterra.
Sinceramente tuo,
Bertrand Russell

Quando ricevetti questa lettera ero stato già condannato e il mio passaporto revocato.

Tornai sul ring solo tre anni e mezzo dopo, nel 1971, dopo che la Corte suprema degli Stati Uniti (giugno del ‘70) aveva annullato la mia condanna.

Probabilmente mi rubarono gli anni migliori per un pugile ma non poterono privarmi della mia dignità e coerenza.

D’altronde sono Muhammad Ali e “Volo come una farfalla, pungo come un’ape” e vinsi la guerra. Quella contro la vita avversa. 

p.s.: questa mia storia breve nasce dalla ricorrenza, dai 56anni, compiuti ieri, 28 aprile 2023, del rifiuto di Muhammad Ali di combattere in Vietnam. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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