Oltre il presunto mito dei kamikaze: il dramma umano dietro la scelta di morire. Comprendere una pagina dolorosa della storia giapponese senza idealizzare il sacrificio.

Oltre il presunto mito dei kamikaze: il dramma umano dietro la scelta di morire. Comprendere una pagina dolorosa della storia giapponese senza idealizzare il sacrificio.

La penna, la spada e il peso del dovere

Nel mio percorso di scrittura mi sono avvicinato alla cultura giapponese anche attraverso la figura del samurai. Nel mio libro Il samurai Takeo, la penna e la spada – La poesia d’amore haiku tra i ciliegi ho cercato di raccontare un mondo nel quale la disciplina, la sensibilità poetica e la ricerca di un equilibrio interiore potessero convivere.

La Via della penna e della spada, il Bunbu Ryōdō, richiama proprio questa aspirazione: non limitarsi alla forza, ma coltivare anche la conoscenza, la cultura e la dimensione interiore dell’uomo. Anche il bushidō (la «via del guerriero», il codice di valori e principi tradizionalmente associato ai samurai) appartiene a questa storia, pur con significati e interpretazioni che sono cambiati nel corso dei secoli.

Avvicinarsi a una tradizione, tuttavia, non significa accettarne ogni manifestazione storica. La disciplina può essere una forma di crescita, ma l’obbedienza assoluta può diventare anche una rinuncia alla libertà di giudizio. Il senso del dovere può sostenere una persona nelle difficoltà, ma può essere trasformato in uno strumento per condurla verso una morte considerata inevitabile.

È da questa distinzione che nasce la mia riflessione sui kamikaze (kamikaze 神風 significa letteralmente «vento divino»: kami indica una divinità o una forza divina nella tradizione giapponese, mentre kaze significa «vento». L’espressione richiama anche la tradizione secondo cui venti provvidenziali avrebbero contribuito a respingere le invasioni mongole del Giappone nel XIII secolo. Nel corso della Seconda guerra mondiale, il termine fu associato soprattutto ai piloti delle unità d’attacco speciale destinati a colpire le navi nemiche in missioni dalle quali non era previsto il ritorno) giapponesi della Seconda guerra mondiale. Non intendo mitizzarli, né liquidare le loro vicende con un giudizio superficiale. Vorrei piuttosto soffermarmi sulle persone che furono coinvolte, sulle convinzioni che le accompagnarono e sul dolore che rimase dopo la guerra.

Una testimonianza del 1972

Nel numero di maggio 1972 della rivista statunitense Black Belt, alle pagine 14–18, compare l’articolo “The Spirit of Kamikaze: Does It Live Today?”, traducibile come «Lo spirito dei kamikaze: è ancora vivo oggi?».

 

Oltre il presunto mito dei kamikaze: il dramma umano dietro la scelta di morire. Comprendere una pagina dolorosa della storia giapponese senza idealizzare il sacrificio.
La copertina del numero di maggio 1972 della rivista statunitense Black Belt.

 

Nello stesso numero di Black Belt compare anche questa frase, attribuita al tenente Ogata, che restituisce il tono personale e doloroso di quelle testimonianze:

SAMURAI OF THE SKY

“Goodbye, comrades! I’m an honorable cherry blossom.
I’ll soon be going back to bloom at my mothers knee.”
-Lieutenant Ogata

traduzione italiana:

SAMURAI DEL CIELO

«Addio, compagni! Sono un onorevole fiore di ciliegio. Presto tornerò a sbocciare accanto a mia madre.»

— Tenente Ogata

(Nota:Il riferimento alla madre introduce una dimensione intima e familiare, dietro il linguaggio solenne del sacrificio)

La rivista presenta testimonianze collegate al libro The Cherry Blossom Squadron: Born to Die, allora annunciato come di prossima pubblicazione. Il linguaggio editoriale dell’epoca richiama esplicitamente il bushidō, la lealtà e l’immagine dei piloti come «samurai del cielo». È importante ricordare che questa è la cornice interpretativa proposta dalla rivista: non può essere assunta automaticamente come la spiegazione di ciò che ogni pilota pensava o provava.

Fra le testimonianze riportate, quella di Masaki Okamoto racconta una missione diretta verso Okinawa. Okamoto era comandato a pilotare un bombardiere che trasportava un aereo-razzo Ōka, destinato a essere impiegato contro le navi nemiche.

Durante il volo, il maltempo impedì di individuare un bersaglio. Dopo diversi tentativi, l’attacco fu annullato e Okamoto tornò alla base.Okamoto racconta di essere stato l’unico degli undici a rientrare vivo quella mattina; gli altri dieci erano partiti per missioni dalle quali non era previsto il ritorno

Nel ricordare quel momento, racconta di aver cominciato a piangere. Pensava ai dieci uomini che non erano tornati e non riusciva a sopportare il pensiero di essere sopravvissuto da solo.

È un passaggio che non ha bisogno di molte spiegazioni. La scena ci porta lontano dall’immagine astratta dell’eroe: c’è un uomo che torna dalla guerra e sente il peso della propria sopravvivenza.

Okamoto racconta anche di aver provato, durante la missione, una sensazione di profonda serenità, che descrive come un’esperienza religiosa. Non sarebbe corretto interpretare quelle parole come prova dell’assenza di paura, né attribuire lo stesso stato d’animo a tutti i piloti. Possiamo soltanto ascoltare ciò che lui dice di aver vissuto in quel momento.

I fiori di ciliegio e la bellezza del sacrificio

nello stesso numero della rivista compare una poesia attribuita a Noriyoshi Shibata, inviata alla madre il 29 aprile 1945 da una base aerea avanzata. Il riquadro che la contiene porta il titolo “The Divine Thunderbolts”, traducibile come «I fulmini divini».

Riporto qui il testo nella traduzione italiana dall’inglese pubblicato dalla rivista.

I fulmini divini

Ora sto sacrificando la mia stessa vita per servire l’Imperatore, pensando anche che la via della lealtà equivalga a quella della devozione filiale verso i miei genitori.

Come samurai del cielo al servizio dell’Imperatore, ho deciso di compiere il mio dovere offrendo la vita in azione.

Se potessi disperdere la mia vita come i fiori di un ciliegio, morirei sette volte per proteggere il mio Paese.

Ho preso la mia decisione: servire serenamente come membro dello Squadrone dei Fiori di Ciliegio del Corpo dei Fulmini Divini.

Che il suo nome sia celebrato per sempre!

Se potessi disperdere la mia vita come i fiori di un ciliegio, spargerei i miei petali nei cieli del Sud.

Per adempiere al più alto dovere morale, sono diventato un valoroso samurai dello Squadrone dei Fiori di Ciliegio, temprato nel sangue e nel ferro, appartenente al Corpo dei Fulmini Divini. Se potessi disperdere la mia vita come i fiori di un ciliegio, il mio sangue sboccerebbe come quei fiori dispersi dal vento, nella fiducia che alla fine usciremo vittoriosi.

Oh, i Fulmini Divini non risparmieranno la mia vita.

Se potessi disperdere la mia vita come i fiori di un ciliegio, la disperderei a Kudan in primavera.

Sono orgoglioso di appartenere alla celebre Aviazione navale, ma la mia anima appartiene ai giovani Squadroni dei Fiori di Ciliegio del Corpo dei Fulmini Divini.

Noriyoshi Shibata, poesia inviata alla madre da una base aerea avanzata del 721º Corpo aereo navale, lo Squadrone dei Fiori di Ciliegio, il 29 aprile 1945.

Queste parole restituiscono il linguaggio con cui il sacrificio veniva rappresentato durante la guerra. La delicatezza dei petali e la bellezza della fioritura diventano immagini di una morte presentata come compimento del dovere.

Ma proprio qui sento la necessità di fermarmi. La poesia può esprimere sinceramente le convinzioni di chi la scrive e, nello stesso tempo, appartenere a un contesto militare e culturale che attribuiva alla morte in battaglia un significato assoluto.

Comprendere la forza di quel simbolismo non significa considerare desiderabile il sacrificio di una vita giovane. La bellezza di un’immagine non cancella la realtà di ciò che rappresenta.

Il peso di essere ancora vivi

La rivista riporta anche la testimonianza di Morimasa Yunokawa, intitolata “Apologies for Being Alive”, cioè «Chiedo scusa per essere vivo».

Yunokawa riflette sull’obbedienza agli ordini, sulla strategia delle armi speciali e sui sentimenti dei piloti che aspettavano di essere inviati in missione. Ricorda che non tutti reagivano allo stesso modo e che, per alcuni, l’attesa della partenza definitiva poteva essere lunga e tormentata.

La sua testimonianza mette in luce una distinzione importante: sapere che si potrebbe morire in guerra non è la stessa cosa che sapere di essere destinati a morire in una determinata missione.

Yunokawa ricorda il principio militare secondo cui un ordine deve essere eseguito senza discussioni: se viene ordinato di combattere con una spada, si prende la spada; se con una lancia, si prende la lancia. Racconta di aver considerato questa regola come un principio da non infrangere, ma ricorda anche quanto fosse diverso poter combattere con un’arma scelta da sé. Nella sua testimonianza emerge così la tensione fra obbedienza militare e possibilità di scelta, insieme al ricordo dei compagni perduti.

Nelle sue parole emergono i dubbi sull’efficacia delle armi speciali, la frustrazione di alcuni ufficiali e il ricordo di giovani uomini perduti. Non compare un’unica reazione alla morte, ma un insieme di convinzioni, timori e sentimenti differenti.

Yunokawa racconta inoltre di continuare a ricordare i compagni perduti e di svegliarsi talvolta nel cuore della notte con il cuscino bagnato di lacrime. Per lui, la guerra non era davvero finita con la cessazione delle ostilità.

La sua conclusione è particolarmente significativa: il Giappone non avrebbe mai più dovuto spingere giovani così capaci verso una morte simile.

È difficile non soffermarsi su questo pensiero. Dietro il linguaggio del dovere e della gloria rimangono le vite perdute, i compagni ricordati e il dolore di chi è sopravvissuto.

Come vengono ricordati oggi in Giappone?

Ma che cosa rappresentano i kamikaze per le generazioni giapponesi di oggi? È possibile dare una risposta unica? Le fonti disponibili suggeriscono prudenza.

Il 3 novembre 2017 la BBC pubblicò l’articolo di Mariko Oi “How Japan’s youth see the kamikaze pilots of WW2”(«Come i giovani giapponesi vedono i piloti kamikaze della Seconda guerra mondiale»). La giornalista raccolse le opinioni di giovani di Tokyo e le testimonianze di ex piloti sopravvissuti.

Le opinioni dei ragazzi erano diverse: alcuni giudicavano quei piloti irrazionali, altri li consideravano eroici. I veterani intervistati, a loro volta, raccontavano esperienze differenti. Le loro testimonianze mostravano quanto fosse complesso distinguere una scelta realmente libera da una decisione maturata in un contesto militare segnato dall’obbedienza e dalla pressione del gruppo.

Un uomo poteva risultare volontario nei documenti, pur avendo avuto ben poche possibilità di rifiutare senza conseguenze.

Quell’inchiesta non è un sondaggio rappresentativo di tutta la popolazione giapponese. È però utile perché mostra come, anche fra i giovani e fra gli stessi sopravvissuti, la memoria dei kamikaze non sia uniforme. La figura del pilota può essere interpretata come eroica, insensata o tragica, e il ricordo continua a essere influenzato dal modo in cui la storia viene raccontata.

Un’altra testimonianza significativa è stata pubblicata il 15 agosto 2025 dall’Asahi Shimbun, nell’articolo di Jin Hirakawa intitolato “Comrade of kamikaze pilots says ‘everyone wanted to live’” («Un commilitone dei piloti kamikaze afferma: “Tutti volevano vivere”»).

Il protagonista è Kyotaro Tago, che nel 1945 aveva il compito di preparare gli ordini per le missioni suicide. Ricordando i giovani compagni che partivano senza sapere se sarebbero tornati, Tago racconta che le sue mani tremavano mentre scriveva quegli ordini. La sua testimonianza mette in discussione l’idea che tutti fossero davvero volontari: alcuni cercavano di evitare le missioni, mentre altri non avevano la possibilità di esprimere liberamente la propria paura. «Tutti volevano vivere», afferma Tago.

Quando osserva le lettere d’addio conservate nel Museo della Pace di Chiran, il sentimento che prova non è ammirazione, ma pietà. Le sue parole ci invitano a guardare oltre l’immagine idealizzata del sacrificio, per riconoscere anche la paura, l’obbedienza e il desiderio di vivere di quei giovani.

Per comprendere la memoria contemporanea occorre ascoltare più voci, senza confondere la commemorazione dei morti con l’approvazione delle scelte militari che li condussero alla morte.

Oltre gli ideali, restano le persone

Leggendo queste testimonianze, non mi sembra sufficiente domandarsi se i kamikaze fossero eroi oppure vittime. Una contrapposizione così netta rischia di lasciare fuori proprio ciò che rende le loro vicende difficili da comprendere: la complessità delle persone, delle convinzioni e delle condizioni storiche in cui vissero.

Alcuni poterono credere sinceramente nella missione; altri ebbero paura, dubitarono o pensarono ai propri familiari. Altri ancora, come mostrano le testimonianze dei sopravvissuti, continuarono a portare il peso di quanto era accaduto. Queste esperienze non si escludono necessariamente a vicenda.

Il mio interesse per la cultura giapponese non mi porta a idealizzare ogni aspetto della sua storia. Al contrario, credo che avvicinarsi a una cultura significhi anche avere il coraggio di interrogarsi sulle sue pagine più dolorose.

La disciplina, la lealtà e il senso del dovere possono avere valore quando rimangono legati alla responsabilità e al rispetto della persona. Diventano invece motivo di riflessione critica quando vengono utilizzati per rendere inevitabile la morte di giovani uomini.

Forse è proprio qui che la penna e la spada tornano a incontrarsi: non per celebrare chi muore, ma per cercare di comprendere ciò che gli esseri umani fanno, ciò a cui credono e il prezzo che possono pagare quando un ideale diventa più importante della vita.

Ricordare i kamikaze senza mitizzarli non significa cancellare le loro convinzioni o negare il dolore dei loro familiari. Significa restituire loro la complessità di persone reali, senza trasformare la loro morte in un modello da seguire.

E significa anche prendere sul serio le parole di chi, dopo aver visto tanti compagni non tornare, arrivò a una conclusione semplice e dolorosa: non si dovrebbero più mandare giovani uomini a morire in quel modo.


Fonti

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