Marco, un uomo originario di Bologna, aveva coltivato per molti anni una profonda passione per il Giappone e per la sua cultura.
Era cominciata quasi per caso, attraverso la lettura di alcuni libri. Poi erano arrivati i film, le fotografie, la storia dei samurai, i giardini, la poesia, le arti marziali e quella particolare sensibilità capace di trovare significato anche nelle cose più semplici.
Per anni aveva immaginato di poter vedere con i propri occhi ciò che aveva conosciuto soltanto attraverso le pagine.
Kyoto, soprattutto, era rimasta a lungo un luogo della sua immaginazione.
Ne conosceva i templi, i giardini, le antiche strade. Aveva letto dei quartieri tradizionali, delle case da tè e delle cerimonie che ancora oggi conservavano gesti tramandati attraverso le generazioni.
Ma leggere del Giappone non era la stessa cosa che camminarci dentro.
Quel desiderio, finalmente, si era realizzato.
Era arrivato a Kyoto da alcuni giorni.
Ogni mattina usciva presto dall’albergo e cominciava a camminare senza una meta precisa. Voleva assaporare la città lentamente, osservandola non soltanto attraverso gli occhi del turista, ma cercando di cogliere qualcosa della sua anima.
Aveva visitato templi, santuari e giardini.
Aveva percorso strade affollate e vicoli silenziosi.
Aveva fotografato lanterne di pietra, ponti, piccoli giardini e antiche abitazioni.
Eppure, più trascorrevano i giorni, più si rendeva conto che il Giappone che aveva sognato per tanto tempo non si trovava necessariamente nei luoghi più famosi.
Forse si nascondeva altrove.
In un gesto.
In un profumo.
In un momento di silenzio.
Quel pomeriggio d’autunno decise di allontanarsi dalle strade più frequentate.
Camminò senza consultare la mappa e senza preoccuparsi dell’ora.
Fu così che si ritrovò davanti a una piccola insegna di legno.
Non c’erano fotografie.
Nessuna scritta in inglese.
Nessuna indicazione destinata ai turisti.
Soltanto due caratteri giapponesi.
Li osservò a lungo.
Poi riconobbe una parola che aveva incontrato molte volte nei suoi libri:
Chanoyu.
Una parola che significava letteralmente «acqua calda per il tè», ma che racchiudeva un significato molto più profondo di quanto quelle semplici parole potessero lasciare intendere.
Rimase qualche secondo davanti alla porta.
Poi la spinse lentamente.
All’interno c’era un piccolo giardino.
Il rumore dell’acqua proveniente da una fontana di bambù rompeva appena il silenzio.
Si fermò sulla soglia.
Non sapeva se fosse davvero il caso di entrare.
Dopo qualche istante comparve un anziano.
Indossava un semplice abito tradizionale.
L’uomo si inchinò.
Il visitatore ricambiò il saluto, cercando di ricordare i gesti che aveva imparato osservando i giapponesi durante quei primi giorni.
L’anziano sorrise appena e gli indicò una stanza.
Entrò.
La stanza era piccola ed essenziale.
Non c’era nulla di superfluo.
Su una parete era appeso un rotolo con alcuni caratteri giapponesi. Accanto, un semplice vaso conteneva un ramo dalle foglie ormai tinte dei colori dell’autunno.
Rimase in silenzio.
Aveva visitato luoghi magnifici in quei giorni, ma quella piccola stanza gli trasmetteva qualcosa di diverso.
Non cercava di stupirlo.
Sembrava, piuttosto, chiedergli di fermarsi.
Si sedette.
L’anziano entrò portando con sé gli utensili necessari.
Marco osservò attentamente ogni suo movimento.
Il maestro prese una ciotola e cominciò a pulirla.
Ogni gesto era preciso.
Poi preparò il tè.
Prese il chasen, il piccolo frustino di bambù utilizzato per preparare e mescolare il tè matcha, e lo mosse con gesti rapidi ma controllati.
Avrebbe voluto fotografare quella scena.
La macchina fotografica era nella borsa, a pochi centimetri da lui.
Ma non la prese.
Per qualche ragione sentì che non sarebbe stato opportuno.
Così rimase a guardare.
Il rumore dell’acqua.
Il movimento delle mani.
Il lieve suono del bambù.
Il silenzio della stanza.
Per la prima volta da quando era arrivato in Giappone, non pensò a ciò che avrebbe fatto dopo.
Non pensò alla prossima visita.
Non controllò l’orologio.
Non cercò di tradurre mentalmente ciò che stava accadendo.
Era semplicemente lì.
Quando il tè fu pronto, il maestro prese la ciotola con entrambe le mani e gliela porse.
Marco la ricevette con un inchino.
Osservò per un istante il colore verde intenso del matcha.
Poi bevve.
Il sapore era forte, quasi amaro.
Non era quello che si aspettava.
Il maestro lo osservava.
Sorrise.
«È diverso da quello che immaginavo.»
L’anziano annuì.
«Quasi tutto ciò che immaginiamo è diverso da ciò che incontriamo davvero.»
Marco abbassò lo sguardo verso la ciotola.
Quelle parole gli rimasero dentro.
Aveva passato anni a immaginare il Giappone.
E ora che finalmente era lì, si accorgeva che la realtà non aveva bisogno di assomigliare ai suoi sogni.
Forse era proprio questo il senso del viaggio.
Il maestro rimase in silenzio.
Marco bevve un altro sorso.
Questa volta il sapore gli sembrò diverso.
Forse non era cambiato il tè.
Forse era cambiato lui.
Dopo qualche minuto domandò:
«Maestro, posso farle una domanda?»
L’anziano annuì.
«Che cosa significa davvero chanoyu?»
Il vecchio guardò la ciotola che teneva ancora tra le mani.
Poi sorrise.
«Perché vuoi saperlo?»
Marco rimase perplesso.
«Perché sono venuto in Giappone anche per questo. Per conoscere la vostra cultura. Per capire ciò che ho letto per tanti anni.»
Il maestro abbassò gli occhi.
«E pensi che una spiegazione possa bastare?»
Marco non rispose.
Il vecchio indicò la ciotola.
«Hai bevuto il tè?»
«Sì.»
«Allora hai già cominciato a capire.»
Sorrise, ma Marco non era ancora convinto.
Il maestro continuò:
«Chanoyu non è soltanto preparare il tè. È entrare in un momento che non tornerà più.»
Fuori, una foglia cadde lentamente nel giardino.
Marco la seguì con lo sguardo.
«Un momento che non tornerà più…»
«Esatto.»
Il maestro prese la ciotola vuota.
«Questa ciotola è stata usata oggi. Domani sarà un altro giorno. Un’altra persona potrebbe bere da questa stessa ciotola. Ma quel momento non sarà mai uguale.»
Marco rimase pensieroso.
«Perché?»
«Perché ogni incontro è unico.»
Il vecchio fece una breve pausa.
«In Giappone esiste un’espressione: ichigo ichie.»
La pronunciò lentamente, quasi volesse lasciare che quelle parole si posassero nel silenzio della stanza.
«Significa, più o meno, “un incontro, una sola volta”. Non perché le persone non possano incontrarsi di nuovo, ma perché ogni incontro, così come accade in quel preciso momento, non potrà mai essere ripetuto nello stesso modo.»
Marco guardò la ciotola.
Il maestro continuò:
«Tu sei arrivato qui portando con te molti anni di sogni sul Giappone. Io ho preparato il tè. Per alcuni minuti abbiamo condiviso lo stesso spazio, lo stesso silenzio e lo stesso tempo.»
Fece una pausa.
«Questo momento appartiene soltanto a noi.»
Quelle parole gli sembrarono improvvisamente molto vicine.
Pensò a quanti momenti della sua vita aveva attraversato senza accorgersene davvero.
Incontri considerati normali.
Conversazioni rimandate.
Persone incontrate per caso e poi mai più riviste.
Istanti trascorsi pensando già a ciò che sarebbe venuto dopo.
Forse ichigo ichie non riguardava soltanto la cerimonia del tè.
Forse riguardava il modo di stare nella vita.
«Quindi chanoyu significa essere presenti?» domandò.
L’anziano sorrise.
«Forse. Ma non avere troppa fretta di dare un nome alle cose.»
Marco abbassò lo sguardo.
Era una risposta semplice.
Eppure gli sembrò più profonda di molte delle pagine che aveva letto sul Giappone.
Rimasero ancora qualche minuto in silenzio.
Questa volta non ebbe bisogno di riempirlo.
Quando si alzò, si inchinò profondamente.
Prima di uscire si voltò.
«Posso tornare?»
Il maestro sorrise.
«La porta sarà qui.»
Uscì nel giardino.
Kyoto continuava a vivere intorno a lui.
Le persone camminavano velocemente.
Le biciclette attraversavano le strade.
I turisti fotografavano ogni cosa.
I telefoni squillavano.
Prese la macchina fotografica dalla borsa.
Davanti a lui c’era una scena che, qualche giorno prima, avrebbe fotografato senza esitazione: una foglia rossa posata su una pietra, illuminata dalla luce del tardo pomeriggio.
Sollevò la macchina.
Poi la abbassò.
Quella volta non voleva fotografarla.
Voleva ricordarla.
Riprese a camminare lentamente.
Non aveva imparato tutto sul chanoyu.
Forse non aveva imparato nemmeno abbastanza.
Ma aveva compreso una cosa.
Per anni aveva pensato che il suo viaggio in Giappone sarebbe servito a conoscere un Paese.
Quel pomeriggio, davanti a una semplice tazza di tè, aveva scoperto che forse il viaggio più difficile era un altro:
imparare a fermarsi.
E mentre Kyoto scorreva intorno a lui, continuò a camminare senza guardare l’orologio.
Per la prima volta da molti anni, non aveva fretta di arrivare da qualche parte.
Aveva finalmente compreso che, a volte, il mondo e la vita si trovano proprio lì, in una tazza di tè e nell’acqua calda che la accoglie.