Il Karate italiano? Non è solo quello lombardo. Accenniamo, oggi, di quello laziale.

Il Karate italiano? Non è solo quello lombardo. Accenniamo, oggi, di quello laziale.
Parte dell’ articolo dove si trova nominato, tra l’altro, il Maestro Paolo Ciotoli. Il pezzo, a firma di Zarko Modric, fu pubblicato sul numero di ottobre 1973 della nota rivista americana Balck Belt.

Ci sono fotografie, nomi e vecchi articoli che, a distanza di molti anni, acquistano un significato ancora più grande.

Non sono soltanto testimonianze del passato. Sono tracce di una storia che rischierebbe di andare perduta se non ci fosse qualcuno disposto a ricordarla.

Quando si parla del Karate pionieristico in Italia, il pensiero corre inevitabilmente anche alla grande esperienza sviluppatasi in Lombardia, legata soprattutto alla figura del Maestro Hiroshi Shirai, Gran Maestro del Karate Shotokan e uno dei protagonisti fondamentali della diffusione e dello sviluppo di questa disciplina nel nostro Paese.

Di Hiroshi Shirai ho già parlato in un precedente articolo di questo blog.

Ma proprio perché la storia del Karate italiano non può essere racchiusa in una sola regione, oggi voglio volgere lo sguardo verso un’altra importante realtà: il Karate laziale.

Non per contrapporlo a quello lombardo.

Non per stabilire quale scuola o quale regione abbia avuto maggiore importanza.

Al contrario.

Il mio intento è ricordare come il Karate italiano sia nato e cresciuto attraverso uomini, Maestri e realtà differenti, che in Lombardia come nel Lazio, in Toscana e nelle altre regioni italiane hanno contribuito, ciascuno con il proprio percorso, alla costruzione di una storia comune.

 

Il Karate italiano? Non è solo quello lombardo. Accenniamo, oggi, di quello laziale.
La copertina della rivista americana Black Belt, ottobre 1973. A pagina 87 si trova l’articolo da me citato nel post.

Il Karate italiano? Non è solo quello lombardo. Accenniamo, oggi, di quello laziale.
Ovviamente a destra di questa pagina, l’inizio dell’ articolo nominato a firma di Zarko Modric.

Il Lazio e una generazione di pionieri

Il Lazio, e Roma in particolare, ha rappresentato un punto importante nello sviluppo del Karate italiano.

Tra i nomi che meritano di essere ricordati c’è certamente quello del Maestro Paolo Ciotoli, figura che appartiene a quella generazione di karateka che vissero gli anni in cui questa disciplina iniziava a consolidarsi in Italia.

Il suo nome compare anche nei riferimenti storici relativi ai Campionati Europei del 1973 pubblicati da Black Belt nel suo numero di ottobre 1973. L’articolo è a firma di Zarko Modric.

Qualche tempo fa, imbattendomi proprio in questo riferimento sulla prestigiosa rivista americana, ho sentito il desiderio di dedicargli un breve omaggio.

Ma Ciotoli non è un nome isolato.

Accanto a lui troviamo uomini che hanno lasciato un’impronta profonda nel Karate italiano e, in particolare, nella tradizione Wado-Ryu.

Uno di questi è il Gran Maestro Iwao Yoshioka.

Yoshioka, nato a Kumamoto nel 1946, fu allievo di Hironori Otsuka, fondatore del Wado-Ryu, e arrivò in Italia alla fine degli anni Sessanta. La sua figura sarebbe diventata fondamentale per la diffusione e lo sviluppo del Karate Wado-Ryu nel nostro Paese. Fu inoltre allenatore della Nazionale italiana di Kumite.

La sua vicenda personale è indissolubilmente legata a quella di tanti karateka italiani che ebbero la fortuna di incontrarlo, allenarsi con lui e riceverne insegnamenti che andavano ben oltre la tecnica.

E proprio questo, forse, è uno degli aspetti più belli della storia del Karate.

Non si tramandano soltanto tecniche.

Si tramandano persone.

Augusto Basile e le origini del Karate italiano

Un altro nome che non può mancare è quello del Maestro Augusto Basile.

Basile appartiene alla prima generazione di uomini che contribuirono concretamente alla costruzione del Karate organizzato in Italia. La sua attività risale agli anni pionieristici e il suo nome è legato anche alla fondazione della KIAI, l’Accademia Italiana Internazionale di Karate, con sede a Roma.

La sua figura attraversa una parte considerevole della storia del Karate italiano.

È stato direttore tecnico delle squadre nazionali e, negli anni, ha continuato a occuparsi non soltanto di Karate, ma anche di discipline tradizionali giapponesi come Iaido, Kendo e Kobudo.

E forse proprio il termine “pioniere” è quello che meglio descrive uomini come Basile.

Perché essere pionieri significa lavorare quando tutto deve ancora essere costruito.

Significa avere pochi riferimenti, poche strutture, poche certezze.

Significa soprattutto credere in qualcosa prima che quel qualcosa diventi patrimonio di molti.

Aurelio Bonafede e una memoria che non deve essere dispersa

Tra i nomi che ho voluto ricordare nel mio post c’è anche quello del Maestro Aurelio Bonafede, figura appartenente a quella generazione che ha contribuito alla crescita del Karate e delle arti marziali in Italia.

Bonafede viene ricordato come grande campione degli anni Sessanta e maestro di levatura internazionale. La sua figura è inoltre collegata alla formazione di altri importanti esponenti del Karate italiano.

E qui arriviamo al punto che considero più importante.

Quando si parla di storia del Karate, è facilissimo creare involontariamente delle graduatorie.

Chi è stato il primo?

Chi è stato il più importante?

Chi ha fatto di più?

Chi merita di essere ricordato?

Io preferisco, oggi, un’altra prospettiva.

Preferisco parlare di una generazione.

Una generazione di uomini che, ciascuno con il proprio percorso, le proprie idee, il proprio stile e le proprie esperienze, ha contribuito a portare il Karate da una realtà ancora pionieristica a quella che conosciamo oggi.

Non soltanto Lombardia e Lazio

Il mio ricordo, adesso, nasce dunque dal Karate laziale, ma non vuole essere un discorso esclusivamente laziale.

Così come il precedente articolo dedicato a Hiroshi Shirai non voleva raccontare tutta la storia del Karate italiano attraverso la sola esperienza lombarda.

La Lombardia, grazie soprattutto alla straordinaria opera di Hiroshi Shirai e di altri Maestri, ha rappresentato certamente uno dei grandi centri della diffusione del Karate in Italia.

Ma accanto alla realtà lombarda c’erano e ci sono il Lazio, la Toscana ( riguardo la Toscana, vedi il mio articolo/recensione pubblicato sul Quotidiano l’Italiano in relazione al libro di Luigi Merlini dal titolo Francesco Romani – Il Maestro – Appunti di una vita straordinaria” ) e tutte le altre regioni italiane.

Ci sono stati i toscani, gli emiliani, i veneti, i siciliani, i campani,  e i rappresentanti di tantissime altre realtà regionali.

Ognuno ha portato qualcosa.

Ognuno ha contribuito, a modo proprio, a costruire una parte di quella storia che oggi possiamo guardare con rispetto.

La storia del Karate italiano non è quindi una storia regionale.

È una storia nazionale, costruita attraverso tante realtà locali.

E proprio questa pluralità, a mio avviso, la rende ancora più interessante.

Il valore della memoria

C’è però un rischio.

Con il passare degli anni, i protagonisti di quella stagione diventano sempre meno numerosi. Alcuni non ci sono più. Altri, comprensibilmente, si sono ritirati dalle scene.

E insieme alle persone rischiano di scomparire anche i ricordi.

Per questo credo che raccontare la storia del Karate non significhi soltanto celebrare il passato.

Significa consegnarlo alle generazioni future.

Un giovane che oggi indossa una cintura nera potrebbe non sapere chi fossero gli uomini che, cinquant’anni fa, affrontavano difficoltà enormemente maggiori per diffondere questa disciplina.

Potrebbe non sapere quanto fosse diverso il Karate di allora.

Potrebbe non conoscere i nomi di quei Maestri che oggi ci sembrano appartenere a un passato lontano, ma che per qualcuno sono stati compagni di allenamento, avversari, insegnanti, amici.

Ed è proprio per questo che vale la pena ricordarli.

Nessuno escluso

Quando ho scritto il post dedicato a Paolo Ciotoli e pubblicato su Facebook, ho aggiunto una frase che considero ancora oggi fondamentale:

“Mi fermo qui perché rischio di non nominare ingiustamente gli altri.”

Non era una formula di circostanza.

Era, ed è, una precisa volontà.

Perché ogni elenco rischia di diventare incompleto.

Ogni nome che aggiungiamo ne fa emergere un altro.

Ogni Maestro ha avuto allievi.

Ogni allievo ha avuto a sua volta qualcuno da ricordare.

E dietro ogni grande campione c’è spesso una storia fatta di persone che non sono mai finite sulle copertine delle riviste, ma che hanno dedicato una vita al dojo, all’insegnamento e alla crescita degli altri.

Per questo questo articolo non vuole essere un elenco definitivo dei pionieri del Karate italiano.

Sarebbe impossibile.

Vuole essere piuttosto un atto di memoria e di riconoscenza.

A Paolo Ciotoli.

A Iwao Yoshioka.

Ad Augusto Basile.

Ad Aurelio Bonafede.

A Hiroshi Shirai.

E a tutti coloro che, nel Lazio come in Lombardia, in Toscana come in Emilia-Romagna, in Veneto come in Piemonte e in ogni altra parte d’Italia, hanno contribuito a costruire questa grande storia.

Una sola Via

Le regioni possono essere diverse.

Le scuole possono essere diverse.

Gli stili possono essere diversi.

Le federazioni possono essere diverse.

Ma sul tatami, almeno idealmente, dovrebbe rimanere qualcosa che ci accomuna.

Il rispetto per chi ci ha preceduto.

La gratitudine verso chi ci ha insegnato.

La responsabilità di trasmettere ciò che abbiamo ricevuto.

E la consapevolezza che ciò che oggi consideriamo normale è stato, un tempo, il sogno e il sacrificio di qualcun altro.

Per questo ricordare i pionieri del Karate italiano non significa scegliere alcuni uomini dimenticandone altri.

Significa, al contrario, ricordare tutti.

Anche quelli che non siamo riusciti a nominare.

Anche quelli che non hanno mai avuto una fotografia su una rivista.

Anche quelli il cui nome è conosciuto soltanto dai loro allievi.

Perché la storia del Karate italiano appartiene a tutti loro.

E, in fondo, appartiene a tutti noi.

Nessuno omesso. Tutti uniti nel nome del Karate della nostra Italia.

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