
Ci sono guerre che occupano per mesi le prime pagine dei giornali e i telegiornali. Altre, invece, sembrano scomparire lentamente dall’attenzione dell’opinione pubblica, pur continuando a provocare sofferenze indicibili.
È il caso del Sudan.
Sfogliando l’ultimo numero di Vanity Fair (13 luglio 2026), sono rimasto colpito da un reportage di otto pagine firmato dalla giornalista e corrispondente di guerra Janine di Giovanni, dedicato a quella che viene definita “la guerra dimenticata”. Un’inchiesta che racconta una crisi umanitaria drammatica e che richiama l’attenzione su una realtà che, secondo le Nazioni Unite, presenta elementi riconducibili al genocidio.
Non intendo sostituirmi al lavoro della giornalista, né riassumere un reportage che merita di essere letto integralmente. Desidero, piuttosto, condividere una riflessione
Viviamo in un’epoca in cui le notizie scorrono rapidamente. Un conflitto prende il posto di un altro, una tragedia sostituisce quella precedente e il rischio è che intere popolazioni cadano nell’oblio, pur continuando a vivere ogni giorno il dramma della guerra, della fame, delle persecuzioni e dello sfollamento.
Il reportage di Janine di Giovanni ci ricorda che il giornalismo ha ancora una missione fondamentale: raccontare ciò che molti preferirebbero non vedere. Dare voce a chi non ne ha. Portare alla luce storie che altrimenti resterebbero sepolte dal silenzio.
Per questo motivo desidero segnalare ai lettori questo servizio pubblicato da Vanity Fair. Non soltanto per la qualità del lavoro giornalistico, ma perché rappresenta un invito a non dimenticare una delle più gravi emergenze umanitarie del nostro tempo.
Chi è Janine di Giovanni?
Janine di Giovanni è una giornalista e corrispondente di guerra statunitense, riconosciuta a livello internazionale per il suo lavoro nei principali teatri di conflitto degli ultimi decenni. Nel corso della sua carriera ha documentato guerre e crisi umanitarie nei Balcani, in Ruanda, Afghanistan, Iraq, Siria, Ucraina, Sudan e in numerosi altri Paesi. Oggi dirige il Reckoning Project, organizzazione impegnata nella documentazione dei crimini di guerra e delle violazioni dei diritti umani.
Concludo con una considerazione personale.
Informarsi significa anche scegliere di non voltarsi dall’altra parte. Leggere un reportage come questo non cambia il corso degli eventi, ma può cambiare il nostro modo di guardare il mondo. E forse è proprio da una maggiore consapevolezza che nasce il primo passo verso una cultura della pace, della giustizia e della solidarietà.